28 giugno 2016

La Diavolessa di Matera

"L'inferno sono gli altri" (Jean Paul Sartre).
Chi è il Diavolo? 
Il diverso, il non voluto. Colui che semina il dubbio tra le nostre certezze e ci costringe ad ammettere che il male può essere in noi e per queste ragioni va eliminato, per permetterci di continuare a fingere ipocritamente di essere sempre nel giusto.
Nel film "Il Demonio" al quale mi sono in parte ispirato per il mio ultimo murale a Matera, il Diavolo è donna, e si manifesta nella bellezza colpevole di Dalhia Lavi. 
Nella pellicola di Brunello Rondi, girata a Matera nel 1963, l'attrice israeliana interpreta Purificata, una ragazza condannata già dal nome dalla famiglia e dall'intera società a vivere in un perenne Medioevo, circondata da superstizione, ignoranza, violenza, riti contadini pagani e feticci di santi ovunque. Lei è la femmina colpevole di non sottostare alla regola sociale maschilista di mettere in scena la condizione inferiore e funzionale della donna. Le altre allattano infanti, lavano, cuciono e piegano i vestiti di padri e mariti loro padroni, parlano di Dio, cerimonie, figli e corredi. I loro corpi sono nascosti, anzi offesi, dai vestiti neri e le loro chiome costrette nei fazzoletti tutti uguali. 
Purificata invece è bellissima, è carnale, libera, le piace fare l'amore, ma è innamorata di Antonio e non vede altri che lui. Ma Antonio - promesso a un'altra - le resiste e l'accusa di essere diversa, di essere una bestia. Lei - folle di amore e desiderio (ricorda per certi versi la Kerima de "La Lupa" di Alberto Lattuada, film girato anch'esso a Matera, nel 1952) - lo vuole tutto per sé fino a spingersi a fargli dei malefici macabri quanto ingenui. Gli fa bere il suo sangue, spinge una mandria di pecore verso la chiesa per rovinargli il matrimonio, gli tira un gatto morto sull'uscio di casa. 
Gli uomini - unici depositari di quei santi e di quei simboli che Purificata detesta - approfittano della sua condizione di esclusa e mentre in privato la desiderano e la stuprano, in pubblico la rifuggono, la picchiano, la esorcizzano, la segregano, facendo peggiorare la sua condizione, fino a spingerla verso la pazzia. 
Fino infine ad ucciderla, in nome di Cristo, dopo averla posseduta.

Questa era la Matera rurale e superstiziosa che raccontava Rondi, non diversa da quella di Rosi e del "Cristo si è fermato ad Eboli" di Carlo Levi.
Ma la Matera di oggi è tutta un'altra storia, è una città meravigliosa depositaria di un patrimonio mondiale dell'UNESCO, i Sassi, è visitata da cittadini di tutto il mondo e tra tre anni sarà Capitale Europea della Cultura. La Matera contemporanea e senza pregiudizi in questi giorni mi ha fatto conoscere alcune delle sue donne straordinarie, simpatiche, forti e libere. Nuovi amici e nuove amiche che non smetto di ringraziare.
Per questo Purificata è tornata a Matera assieme a me, nelle vesti di una Diavolessa, una pin up birichina che oggi non deve temere più nulla. Ha un sorriso ironico, una folta chioma bruna e un corpo dalle proporzioni ispirate alle statue della Magna Grecia, che qui in Basilicata vantava sei città. Ed è uscita nuda da quegli Inferi in cui era stata rigettata, come quando si nasce appunto, nuda come tanti capolavori destinati agli spazi pubblici del passato, affreschi o statue che fossero.
Ora questo simbolo di libertà al femminile è di nuovo tra voi amici di Matera, e se qualche iconoclasta tenterà di additarla come bestia immonda e di farla scomparire dovrebbe sapersi difendere da sola la ragazza. Non dimenticate poi che la Street Art è arte di tutti i cittadini, per questo le reazioni che è in grado di provocare sono comunque utili al confronto democratico e alla crescita intellettuale. 
Staremo a vedere.
"Le streghe sono esistite finché non abbiamo smesso di bruciarle" (Voltaire).













AGGIORNAMENTI:


27 giugno 2016

Diavù on the rocks a Matera


Ho appena lasciato dietro di me la splendida città di Matera, dove ho realizzato questo murale qua in alto per lo Urban Street Art Matera Festival nel mercato Le Botteghe del quartiere Piccianello e dove ho la mostra in corso "Diavù on the rocks" fino al 30 luglio alla Momart Gallery, in piazza Madonna dell'Idris 5/7, tra i Sassi.

Il Festival è a cura di Monica Palumbo e la mostra è a cura di Damiano Laterza, il quale ha scritto il testo critico che segue e mi ha fatto l'intervista in chiusura.

Pubblico tutto qui, ringraziando Monica e Damiano della meravigliosa ospitalità e tutte le persone meravigliose conosciute e ritrovate a Matera.


DIAVÙ AIUTACI TU!
Testo critico di Damiano Laterza


Quando la direttrice artistica della Momart Gallery e dell’Urban Street Art Matera Festival, Monica Palumbo, mi ha chiesto un parere su quale profeta dell’arte pubblica portare nella Città dei Sassi onde impreziosirla coi fermenti visivi più attuali – e all’insegna di una fruizione davvero partecipata degli stessi – non ho avuto dubbi: Diavù!
«Se penso a Matera, mi viene in mente il passo di Carlo Levi quando dice che la città ha la forma di un imbuto rovesciato, simile a quello che a scuola immaginavamo essere l’inferno di Dante. Questa descrizione mi ha molto stimolato. Non ci sono mai stato e non vedo l’ora di venirci!» così dichiarava l’artista accettando immediatamente, e senza esitazione alcuna, l’invito a venire a creare a Matera, che gli era stato testé rivolto.

"Diavù on the Rocks" è il titolo della personale/work in progress che David Vecchiato detto Diavù terrà in galleria mentre sarà contemporaneamente coinvolto nella realizzazione di un murale altamente evocativo, nel degradato quartiere di Piccianello. Uno sdoppiamento, per questo artista‐macchina, pop nel DNA, social oltre ogni schermo, touch perché puoi toccarlo – e modificarlo – biz perché se puoi permettertelo, puoi comprarlo e appenderlo in casa. O puoi fare un investimento. Un sicuro investimento.


Ecco perché “On The Rocks”. Perchè è tra le rocce, dentro i Sassi – sulla trafficatissima Via Buozzi e a ridosso della Piazza mozzafiato di San Pietro al Caveoso, location della ipogea MOMART Gallery – che l’opera di Diavù si svelerà per mezzo di tavole iconiche riproducenti i suoi lavori outdoor più famosi. Oppure no, visto che c’è anche una tela inedita, un lavoro per strada non ancora eseguito o che non verrà mai realizzato. Uno studio. Un capriccio. Chicche di culto, nelle viscere dell’imbuto di cui sopra.

“On The Rocks”, poi, è un drink di sicuro rinfrescante. “Cool” si diceva fino a poco tempo fa. Cioè nuovo. Matera è come una verginella inesperta e assetata di tutto, in questo momento. La grande arte può solo aiutarla a risorgere ancora più splendente e a rinforzare l’autostima, in vista del debutto in società, previsto nel 2019, quando entrerà nella modernità come modello d’insediamento umano e culturale da imitare.


“On The Rocks”, inoltre, perché nello slang degli street artist newyorkesi significa “be in trouble” cioè “mettersi nei casini”. Ed è quello che sta facendo Diavù, venendo a Matera. La bellezza straordinaria di questa città è causa di turbamenti negli artisti. Per fortuna sappiamo che in questi esseri speciali lo scompiglio è generativo – la RESILIENZA è un cluster verriano che amo molto – quindi sarà un inferno e Matera avrà nutrito ancora la civiltà della sua essenza. La missione sarà dunque compiuta.
Non vi resta che venire a vedere da vicino la discesa agl’inferi dello street artist romano più famoso, colui che di sali e scendi per le scale ne sa qualcosa, visto il suo straordinario progetto anamorfico in corso nella Città Eterna. Scalinate anonime che diventano il pretesto per raffigurazioni incredibili di femmine fatali della storia del cinema che forse le percorsero, forse no. Il tutto a partire dall’utilizzo di una proiezione chiamata anamorfosi ‐ che crea l’abbaglio della terza dimensione. Oggi la chiamiamo “3D Art”, ma è la stessa che nel ‘700 (e pure prima) si usava per decorar soffitti e creare inganni architettonici. “Trompe l'œil”, dicono i francesi. Tra i re‐inventori di tali incanti ottici c’è Kurt Wenner, architetto americano ed ex illustratore della NASA. Dice di ispirarsi a un certo Andrea Pozzo (1642‐ 1709) architetto, decoratore e teorico dell’arte, cantore del tardo barocco illusionistico e membro laico della Compagnia di Gesù.



Con questa tecnica è possibile trasformare luoghi quotidiani in scene fantastiche: squali in eruzione da marciapiedi, voragini e bisettrici suburbane, strade e corsi d’acqua a cascata che attraversano quartieri anonimi. Diavù, però, è andato oltre. Nell’illusione da lui creata, infatti, la scala non è più reale ma regredisce quasi in 2D, si trasforma in schermo per la proiezione di un fotogramma che, quando sali o scendi i gradini, scompare decisamente per lasciar spazio a incomprensibili pennellate. Poi, quando ci si allontana e si conquista il giusto punto d’osservazione, l’immagine ricompare in tutto il suo splendore. Miracolo!


Infine, perché Diavù in galleria? La risposta è semplice: perché l’arte è di tutti e non è di nessuno, anzi, è bene che ogni tanto sia di “qualcuno”. Nel senso che il mercato fa bene all’arte. In questo caso le opere di Diavù sono in vendita. Il ricavato serve a permettere all’artista di realizzare sempre nuovi e più entusiasmanti progetti di arte pubblica, i quali sono sacrosanti ma molto difficili da far finanziare e spesso autofinanziati ‐ persino Christo, il più grande Land Artist vivente, si è pagato da solo la realizzazione della sua ultima straordinaria opera galleggiante, la passerella sul Lago d’Iseo, costata 15 milioni di dollari.


Ecco, adesso potrete permettervi un Diavù tutto per voi, da mettere in salotto, in bagno o dove preferite. Un’occasione più unica che rara da non lasciarsi sfuggire.

INTERVISTA A DIAVÙ CIRCA IL MURALE PER PICCIANELLO

Dell’Urban Street Art Matera Festival, superfluo ribadirlo, Diavù sarà la gueststar. Abbiamo raccolto qualche sua prima suggestione e qualche spunto utile a capire il lavorò che andrà a eseguire.
Ci racconti qual è il concept del murale?
 «Verrà ritratta una diavolessa con il volto di Dahlia Lavi».

Quindi è corretto definire questa tua venuta a Matera come “una discesa agli inferi”?
«Al di là dell'ironia su Diavù che va per la prima volta all'inferno, ci sono trascorsi illustri di demoni donne nell'arte classica e mi sono voluto ispirare a diverse opere rinascimentali, anche se dal 'tono' medievale».

Tipo il famoso “Diavolo di Mergellina"?
«Esatto. L'opera di Leonardo Grazia da Pistoia che si trova nella chiesa di Santa Maria del Parto di Napoli ed è del 1542, che ha generato tra l’altro l’espressione partenopea “sei bella come il diavolo di Mergellina” ‐ e il perché lo narra benissimo Benedetto Croce in “Miti e Leggende Napoletane” ‐ racconta delle pene di una donna che non tollera il rifiuto dell’uomo di cui è follemente innamorata. Se ci pensi bene è la trama del film di Brunello Rondi “Il Demonio”, ovvero una sorta di “Esorcista” ante‐litteram, girato proprio a Matera!»


Allora, par di capire, che ti farai guidare anche qui dal binomio cinema‐bellezza femminile già sperimentato con successo nelle tue ultime opere romane?
«Esatto. Matera, come capitale del cinema non ha rivali e può benissimo stare alla pari dell’Urbe. Infatti il volto della diavolessa che dipingerò sul muro è proprio quello di Dahlia Lavi, l'attrice protagonista del film "Il Demonio"!»

Altri demoni al femminile che hanno attirato la tua attenzione in questa ricerca?
«Di sicuro l’affresco della Madonna con le corna di Vincenzo Foppa, denominato “Miracolo della falsa Madonna”, del 1470. Si trova nella Cappella Portinari della chiesa di San Eustorgio a Milano, e racconta del diavolo tramutato in madre di Dio per ingannare San Pietro da Verona».

Mamma mia! Che brividi! Altri esempi?
«Mi ha colpito molto anche l’affresco che è nella chiesa di Treviso intitolata a Santa Caterina dei Servi di Maria e s’intitola “Sant'Eligio tentato dal diavolo” di anonimo veneziano (attribuito a Pisanello) della prima metà del 1400, perché anche in questo caso il diavolo è donna!»

L'opera di Diavù verrà realizzata con l'aiuto delle artiste locali: Simona Lomurno, Rossana Salvino e Giovanna Zampagni.

20 marzo 2016

...ma il cielo è sempre più Blu?

Mi ha chiamato venerdì "Bianco e Nero" di Radio Rai Uno e mi ha chiesto se volevo rispondere – in quanto artista - a Fabio Roversi Monaco, il fautore della mostra Street Art Banksy & Co. che si è aperta a Bologna venerdì stesso (se non sai nulla della recente azione urbana dell'artista Blu e di altri artisti ed attivisti di cancellare i murales a Bologna che ha fatto molto discutere basta che vai QUA. Poi, se ti interessa l'argomento, torna qui e continua la lettura).

Ho deciso di accettare l'invito perché, credendo nelle migliori intenzioni di Blu, so che ci sono degli argomenti urgenti, legati all'arte urbana più di quanto si voglia credere, di cui si deve parlare. Ma so che anche i curatori della mostra hanno intenzioni serie e comprensibili, che vanno approfondite. Non sono quindi qua a servire uno dei due fronti della battaglia come la giusta tifoseria da sposare, deluderò pertanto gli amanti delle effimere polemiche della domenica.

Intanto va compreso fino in fondo che il gesto di Blu di cancellare tutti i suoi murales a Bologna non è da contestualizzare nelle dinamiche dell'arte, attorno alle quali gira invece questo dibattito da mesi ormai.
Cerchiamo di essere definitivamente chiari, e qua parlo da artista, da ideatore, curatore e promotore di progetti di Urban Art e da cittadino:
chi se ne frega del dibattito di opinioni se la Street Art va esposta o non va esposta nei musei. In questo frangente è soprattutto un diversivo poiché è talmente ovvio che ci andrà sempre più spesso, benvolentieri o (talvolta fintamente) malvolentieri nei musei! Abbiamo rotto tanto i coglioni perché gli artisti venivano trattati da vandali e denunciati e ora li rompiamo se non è più così e nessuno gli spara più addosso sotto le metro? Avremmo preferito beccarci forse qualche colpo di mitraglietta dai soldati dell'esercito anti-terrorismo che vanno tanto di moda ora nelle metropoli europee? A ripensarci bene non era dio-Keith Haring quello che trent'anni fa si portava dietro l’amico Tseng Kwong Chi con telecamera e fotocamera per far riprendere i suoi arresti? Già in fasce quella che poi avremmo chiamato Street Art era in un periodo di marketing evoluto. La Street Art la paraculaggine ce l'ha nel DNA. E giustamente, perché è una monella nata e cresciuta in strada.

Ma il sensazionalismo è solo la forma, e questo è un concetto che dobbiamo comprendere. A livello contenutistico infatti anche il forte gesto simbolico di Blu ha un senso che va oltre l'apparenza, ed è da inserire nelle dinamiche dei movimenti di base bolognesi, perciò non continuiamo a guardare il dito e guardiamo piuttosto un po' più lontano, dal momento che un artista prima di essere tale è un uomo. E un artista che realizza opere in strada è un uomo in qualche modo coinvolto politicamente nelle dinamiche della città, che ne sia consapevole o no. Quindi dovrebbe scegliere lui da che parte stare, e Blu - come altri di noi artisti ognuno a modo proprio - l'ha fatto da tempo. «È l'essere implicati, l'essere nella realtà, quel che conta» disse una volta Cartier-Bresson.

Come ho proposto a "Bianco e Nero" e allo stesso Fabio Roversi Monaco, propongo qui anche a voi di guardare assieme l'opera di Blu, tanto per cominciare. Si tratta di soggetti surreali che esprimono concetti molto reali e anche facilmente comprensibili come:
antimilitarismo:

difesa delle minoranze:
inquinamento:
e difesa dell'ambiente:
 disprezzo del profitto:
e dei confini:

e dei poteri forti, politici, economici, industriali o religiosi che siano:

quindi difesa delle occupazioni, sia di abitazioni:
che di spazi sociali:

eccetera… fino ad arrivare ai più recenti lavori, che sono complessi grovigli di figure apocalittiche che - nel narrare la nostra autodistruzione e indifferenza verso tematiche di interesse sociale e collettivo - sembrano ispirarsi sempre più al caos demoniaco di Bosch:

Osservando dunque con attenzione le opere di Blu ci accorgiamo che la sua è una visione poetica, ideologicamente pura e radicale. Ingenuamente politica diremmo, se volessimo leggere la realtà schierandoci dalla parte di chi di attualità economica e finanziaria se ne intende. Come quei banchieri italiani (tanto per fare un esempio di chi 'ingenuo' come Blu non è), che percepiscono stipendi che vanno dall'uno ai tre milioni lordi annui, pur guidando imprese in crisi che devono periodicamente essere salvate coi nostri soldi pubblici.
Roversi Monaco - che ha sottolineato durante il programma quanto lui apprezzi Blu come artista - con la sua lunga esperienza in affari potrebbe definire i suoi dei temi da scolaretto delle elementari contro la guerra e la fame nel mondo.

A me personalmente pare una visione ottimista quella di Blu.
Potrei sbagliarmi, non ne ho avuto modo di parlarne direttamente con lui, ma sembra implicita nelle sue opere la speranza che le persone che le osservano (almeno quelle che le apprezzano) possano essere in grado di comprendere quei suoi messaggi e prima o poi magari possano decidere di agire di conseguenza. Sono dipinti urbani che, narrando la nostra quotidiana crisi economica e politica mondiale, intendono stimolare una consapevolezza in chi li guarda:

Dipinti di chi è inoltre ben consapevole del potere politico che ha, proprio in quanto artista:

Anche Banksy sembra voglia farti ragionare su grandi tematiche sociali, ma lui lo fa usando il distacco tipico dell'ironia, della satira. Lui ti prende in giro e per farlo usa la strada, dove fa operazioni che diventano di marketing e comunicazione più dichiarati.

I dipinti di Blu in confronto sono lezioni morali, ed è un linguaggio più apparentemente 'serio' e 'rigoroso' il suo. 
"Militante".
La sua è una posizione etica radicale che si è perfezionata negli anni. Prima dipingeva dove poteva, all'interno e all'esterno di strutture abbandonate, su muri pubblici e privati, su commissione, da un bel po’ di tempo invece sceglie soprattutto luoghi occupati da persone che vivono sulla propria pelle quei concetti che lui raffigura sui muri, luoghi che quindi sono parte integrante dell'opera, che ne sono l'aspetto biologicamente vivo e che - inoltre - lui sa bene di proteggere in qualche modo con l'aurea dell'arte.

Perché - indipendentemente da Blu e da questo specifico discorso su Bologna - l'arte esercita una sua aurea protettiva sui luoghi e gli edifici, infatti quando è riconosciuta come bene di valore collettivo c'è una Soprintendenza che si deve occupare delle sue sorti, privato o pubblico che sia il luogo dove quest'arte è.
I proprietari - privati o amministrazioni pubbliche - questo lo sanno, perciò quando vogliono riprendersi uno stabile occupato che è stato dipinto da artisti devono essere loro i vandali che vanno a deturpare, cancellare o abbattere quei murales, altrimenti la riappropriazione non sarà così semplice.

Studiate cos'è successo a 5Pointz a New York. Da 30 anni mecca dei graffiti storici, nel 2013 è stato imbiancato nottetempo dai Wolkoff, proprietari della struttura, per disinnescare tutta la carica esplosiva di quei graffiti e poter di nuovo disporre a piacimento dell’edificio:
5Pointz a NY City, prima e dopo la cancellazione dei graffiti.

Oppure documentatevi su come hanno messo in pratica gli sgomberi i funzionari di pubblica sicurezza al Cinema Teatro Volturno nel luglio 2014 e al Cinema Preneste nel giugno 2015, entrambi a Roma ed entrambi ricchi di opere murarie di noti artisti italiani ed internazionali, grazie al progetti artistici curati da a.DNA Collective. Ve lo dico io: li hanno sgomberati coi picconi, per abbattere i tanti muri dipinti e cancellare dunque quei simboli dalla memoria collettiva. I murales di questi due luoghi che erano diventati meta di gite turistiche di istituti scolastici per la loro importanza artistica, e soprattutto di scuole i cui studenti non avevano la disponibilità economica per visitare i musei a pagamento, sono stati abbattuti senza che nessuno si sia sognato di fare degli strappi per conservarli in un museo.
Gli interni dell'ex-Cine Teatro Volturno a Roma dopo lo sgombero

Ma torniamo a Blu. Questa sua visione poetica di cui parlavo, ha subìto un'azione di sopraffazione attraverso gli strappi dei suoi murales da mettere in mostra a Palazzo Pepoli che lui pare aver comprensibilmente accusato come un sopruso e una grave ferita. O meglio, questo è ciò che ci è arrivato dal testo dei Wu Ming, dalle sue gesta e dalla frase sul suo sito "a Bologna non c’è più Blu e non ci sarà più finchè i magnati magneranno per ringraziamenti o lamentele sapete a chi rivolgervi."

Blu dunque - che probabilmente avrebbe voluto aprire gli occhi alle persone coi suoi soggetti, che dichiarano onestamente a tutti le sue idee - si è ritrovato attaccato, sopraffatto e depredato dalle istituzioni - pubbliche e private - non più in quanto nemico-vandalo da combattere, ma stavolta proprio in quanto apprezzatissimo artista da passare alla Storia, dunque da difendere dal degrado, dall'incuria, dai vandalismo, dalla cecità di futuri proprietari ed istituzioni, ma anche da se stesso.

Per questo suo valore - riconosciuto dal Potere - è stato strappato via dai muri di edifici destinati alla demolizione, ad uso delle generazioni future in nome della conservazione e musealizzazione delle sue opere.

I suoi murales sono diventati così i nuovi trofei di quel Potere - che prima li disprezzava o li ignorava - proprio come lo sono le teste imbalsamate e conciate dei leoni appese negli studi dei notai. E il leone oggi è lui col suo pensiero. Domani saranno tutti i luoghi sociali e culturali sgomberati, dai quali prima verranno salvate le 'sacre' opere di 'Street Art' da musealizzare e poi verranno restituiti ai legittimi proprietari che ne faranno con più agilità ciò che credono.

Non mi risulta che il leone si sia mai dichiarato grato o contento di quella forma di 'storicizzazione' che lo vede imbalsamato e appeso al muro. E che rappresenta anche una 'sterilizzazione' del suo potere e del ruolo di re della foresta.
Perché - attenzione - qui oggi si sta disinnescando proprio il messaggio cosiddetto 'sovversivo' dell'artista, come si disinnesca il ruolo del leone appendendo il suo ringhio in salotto. Questo - che è un boicottaggio del senso stesso del lavoro di Blu - i curatori potevano e dovevano prevederlo prima di agire. Prima insomma di dichiarargli inconsapevolmente guerra, anche se in nome di un'importante causa, ovvero la conservazione e musealizzazione della Street Art.

Quando dico che capisco il gesto doloroso di Blu di cancellare i suoi murales bolognesi intendo che capisco la necessità di boicottare chi ti provoca un danno simile, morale ma anche di immagine.
Parlando in radio mi è venuto in mente, e l'ho espresso, un assurdo parallelo che Roversi Monaco mi auguro abbia colto, visto che la sua materia è sempre stata il Diritto: qualsiasi azienda multinazionale se colpita nella sua 'mission' - e colpita usandone il marchio stesso - reagirebbe male, no?
Se io aprissi un fast-food McDonald in franchising ma poi, a sorpresa, vendessi solo panini vegetariani che spiegassero nel menu stesso i gravi danni che il consumo della carne provoca alla salute in che razza di guai mi metterei con la suddetta multinazionale? Eppure il mio gesto sarebbe mosso dalle migliori intenzioni, come salvare la salute dei miei simili. Come qui si vuole salvare quella di importanti opere d'arte.
Mettiamola così dunque, per chi capisce più di economia che di sociale: anche la mostra Street Art Banksy & Co. ha fatto esplodere una bomba sotto alla 'mission' e all'identità di un brand. La Coca Cola, per dirne uno, li avrebbe spazzati via dalla realtà.

Ma, ancora più grave - e veniamo al dunque - è che quella bomba, a 'difesa' delle opere di Blu, viene proprio da chi in quella città ha una storia opposta alla sua, da chi è visto come un simbolo del profitto, un prestigioso esponente di quei "poteri forti" che hanno guidato un certo cambiamento di Bologna di questi ultimi anni.
Chi è Fabio Roversi Monaco? Ex presidente della più potente fondazione bancaria bolognese - la Carisbo - ex rettore dell’università di Bologna - che ha diretto per 15 anni - membro della loggia massonica Zamboni-De Rolandis e attualmente al vertice di Banca Imi e Accademia di Belle Arti, è anche Presidente di Genus Bononiae, ente museale finanziato dalla fondazione Carisbo. «Immarcescente ex-tutto e podestà di Bologna» è stato definito  dall'ex-membro del Cda dell'Accademia di Belle Arti Alberto Agazzani, che si riferiva alle sue tante nomine e libertà di assegnare appalti in famiglia. «Principato di (Roversi) Monaco» è stata ribattezzata Bologna dai movimenti. Insomma in vari ambienti non lo amano affatto, e malgrado lui abbia modo di difendersi e di spiegare le sue posizioni (questa una delle interviste più recenti), in molti continuano a non credergli (questo l'ultimo testo dei Wu Ming sul caso).
Comunque, volendo portare qualche esempio di quel "cambiamento" di cui scrivo sopra, senza dover andare con la memoria alle imprese del sindaco 'sceriffo' Sergio Cofferati, uno degli ultimi casi di conflitto pesante tra attivisti di sinistra e istituzioni di centrosinistra risale a sei mesi fa, ovvero allo sgombero del centro sociale Atlantide (al Cassero di S. Stefano da ben 17 anni) che ha visto il sindaco progressista Merola - che in quell'occasione ha infelicemente definito "lobby gay" gli occupanti - cacciare l'assessore Ronchi - che invece stava trattando con lo storico Atlantide per un altro spazio in cui spostarsi.

Quindi, se vogliamo essere intellettualmente onesti, dobbiamo riconoscere che questo atto di Blu & co. non si può leggere senza prima fare luce sulla situazione politica e sociale bolognese degli ultimi anni. 
E quindi italiana.

Basta guardare cosa sta accadendo anche a Roma, col commissariamento di Tronca. Si mettono in atto, velocemente e senza proporre altre soluzioni, gli sgomberi degli spazi sociali ai fini della svendita di quegli edifici pubblici ora occupati. C'è un'enorme quantità di spazi vuoti ed abbandonati, tra cui numerose strutture pubbliche che vengono lasciate volutamente e criminosamente in evidente stato di degrado per favorirne la svalutazione e trasformarle in preda di speculazioni, eppure sembra che non si possa fare a meno di buttare fuori chi fa cultura ed attività sociali utili - a volte indispensabili - in altri spazi altrimenti inutilizzati.
E così, mentre a destra - a proposito di occupazioni - il palazzo di Casapound è sempre là - pur rappresentando una pericolosa ideologia violenta, come la Storia ci insegna - laddove si fa volontariato per solidarietà il cielo è sempre più nero (leggete qua, altro che il grigio di Blu!) e la città se non vuole essere desertificata è costretta a mobilitarsi al disperato grido "Roma Non Si Vende", lanciato dai tipi di Roma Comune
Intanto il Teatro Valle a Roma è ancora chiuso, il Cinema America e il Rialto idem e continuiamo a sgomberare senza cercare dialogo i luoghi dove si costruiscono diverse visioni di futuro e dove la cultura è accessibile.  
E a noi artisti questa realtà non dovrebbe riguardarci? Io sono cresciuto artisticamente esponendo le mie opere al Leoncavallo a Milano, al Forte Prenestino a Roma e in tanti altri spazi sociali in Italia perché altrove non c'erano spazi di libertà tali e mi riguarda eccome, perché non voglio condannare i più giovani ad ammuffire i cervelli sguazzando tra superflui desideri imposti, tutti i sabati nei centri commerciali.

Nel frattempo deboli segnali di dialogo tra istituzioni e movimenti di attivisti - dialogo che è quindi ancora possibile - vengono da Napoli, dove il sindaco De Magistris un anno fa è addirittura sceso in difesa dell'occupazione dell'ex-ospedale psichiatrico occupato Je So' Pazzo, contro la decisione del gip di sgomberarlo. Lo stabile è stato dipinto proprio da Blu, che ha scelto questa realtà sociale per fare il suo primo murale in città,
Il murale di Blu all'ex OPG occupato Je So' Pazzo di Napoli (2007)

Tornando a Bologna, vediamo la campagna elettorale locale che va a nozze attorno a queste recenti polemiche su Blu e ci aspettiamo confusi politici locali cambiare opinione e passare dall'uno all'altro versante appena avranno finito di contare se sono di più gli elettori contrari o quelli favorevoli al coraggioso artista.
E a noi cittadini - che siamo stati privati della bellezza di quei murales che Blu & co. hanno cancellato - cosa resta e come dovremmo reagire?
Michele Serra dice la sua in proposito, guardandosi bene dal toccare il reale argomento politico, ma noi che abbiamo seguito il ragionamento finora dovremmo cominciare a capire meglio perché Blu - profondamente delegittimato da questi strappi dei suoi murales e da questa storicizzazione/sterilizzazione di lui come voce pubblica e di ciò che rappresenta (ovvero le lotte sociali in cui è coinvolto) - abbia sentito il dovere di mettere in moto un'azione politica di risposta agli strappi dei murales, altrettanto forte e violenta.

Lo capite finalmente? 
Bene.

Allora è il momento di farsi venire dei dubbi. Ad esempio, guardando non più le nobili e giustissime cause ma bensì gli effetti di questa azione, io non posso fare a meno di notare che - ricoprendo di grigio le sue opere rimaste sui muri di Bologna - Blu ha di fatto partecipato più attivamente di tutti gli altri artisti alla mostra "Street art Banksy & co." tanto che ormai potevano pure ribattezzarla "Street Art: Blu, Banksy & co."

La trappola - che non voglio credere gli sia stata tesa dall'organizzazione della mostra pensando ad ogni possibile conseguenza (non vi faccio così strategicamente diabolici, ragazzi!) - probabilmente era però così complessa che Blu - volente o nolente - sta paradossalmente partecipando alla mostra a modo suo, proprio com'è nel suo 'stile'.
Come quando lo chiamò Alessandro Riva nel 2007 per "Street Art Sweet Art" al PAC (dietro la quale c'era l'intenzione di Sgarbi di 'sdoganare' la Street Art, soprattutto quella di area milanese) e lui non diede opere ma dipinse sulla facciata un murale acido che sembrava ispirato a quel belmondo che lo stava acclamando (cocainomani a culo nudo, oche starnazzanti, scimmie naziste, ecc, sepolti da una montagna di cocaina):
Il murale di Blu di fonte al PAC di Milano (2007)

O come quando lo chiamò l'allora discusso direttore del MOCA di Los Angeles Jeffrey Deitch per la mostra "Art in the Streets" del 2011 e lui non inviò opere da mettere in mostra, ma dipinse il murale esterno delle bare dei soldati coperte non dalla bandiera ma dal dollaro USA. Murale che fu ovviamente cancellato nel giro di poche ore, ma che in quel modo fece parlare più di Blu che di tutti gli altri artisti:
Il murale di Blu - immediatamente cancellato - al MOCA di Los Angeles (2011)

Stavolta, mi dice il curatore della mostra bolognese Christian Omodeo (tra le altre cose co-ideatore di Le Grand Jeu)- che ho cercato per chiedergli spiegazioni di prima mano sugli strappi dei murales - Blu è stato contattato ma non ha interagito con loro perciò sono andati avanti con gli strappi dei lavori dai muri, mettendo così le sue opere forzatamente in mostra, e in salvo dalla strada e dalla imminente demolizione.

Stavolta Blu ha - ripeto, volente o nolente - partecipato due volte alla mostra, sia con i dipinti strappati dai muri che con la risonanza che ha avuto questa operazione giusta, legittima, drammatica, nichilista, ma anche prevedibile.
Si potrà supporre solo coi numeri di visitatori alla mano se Blu & co. con questo gesto sensazionalista abbiano fatto più danno o più favori alla mostra, e se c'è caduto senza malizia in questa trappola, così come tutti ci cadiamo ogni volta che ci invitano a un evento su FB e mettiamo "non parteciperò". Hai cliccato su un tasto? Hai perciò di fatto partecipato, facendo guadagnare un'altra volta du' spicci a Mr. Zuckerberg esattamente come colui che ha spinto il tasto dal significato opposto al tuo.
Se invece non c'è caduto, anzi aveva fiutato la fregatura e ha reagito cancellando i dipinti solo perché quelli che fa ora gli piacciono di più e sa bene che le polemiche riscattano e fanno salire le quotazioni, allora ha preso in giro tutti con un bel "Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?" alla Nanni Moretti.
A credere ciò sono coloro che si sono chiesti come mai Blu non si è appellato alla legge per diffidare gli organizzatori della mostra ad utilizzare le sue opere (in mostra e nel catalogo) o per denunciarli una volta fatto. Come mai non abbia ripudiato le opere, come mai insomma non ha impedito - come avrebbe potuto per vie legali - che le opere strappate finissero esposte.
Che d'altronde non sono argomenti del tutto sbagliati, visto che sarebbe stato in suo potere farlo.


Al di là delle facili ironie o della stessa analisi, una mia opinione su questa vicenda ce l'ho.
Credo che l'occasione che ha avuto l'arte in questo caso così eclatante - che ha coinvolto emotivamente moltissime persone - di intervenire concretamente sulla società civile partendo da un dibattito sullo spazio urbano e sui luoghi pubblici destinati all'uso comune, a mio avviso si è un po' perduta. 
Si è aperto senz'altro un dibattito ma - ripeto - sui temi sbagliati e privo di un ragionamento profondo in grado di coinvolgere cittadini, rappresentanti delle istituzioni, proprietari privati, artisti, critici e curatori, collezionisti e appassionati e - soprattutto - movimenti e realtà di base.

I curatori della mostra, da parte loro, affermando così come stanno facendo, che la Street Art è una forma d'arte che va selezionata, preservata e tramandata ai posteri, fino al punto da ritenere legittimo e necessario privare la comunità delle opere per esporle e conservarle nei musei (selezionandole  soggettivamente tra quelle che ritengono più 'meritevoli' e al contempo - oggettivamente - più a rischio), avrebbero potuto coerentemente promuovere una campagna pubblica che chiedesse di rendere i musei gratuiti, ad esempio, valida almeno per quei musei che esporrano Street Art prelevata dalla strada, ovvero tolta alla fruibilità gratuita.
Sarebbe stato senz'altro un interessante atto per affermare che la Street Art è comunque arte pubblica, quindi certi temi le sono congeniali. Soprattutto i temi politici. Avrebbero tra l'altro potuto operare uno studio tale da esporre in mostra, assieme alle opere, anche i racconti di conflitto sociale che quelle stesse opere in certi casi rappresentano. 
Quel che è certo è che i curatori non avrebbero potuto gestire la patata rovente che gli si è rovesciata addosso, ovvero uno dei tanti effetti che sta producendo in Italia un centrosinistra che scodinzola e obbedisce ai forti ma azzanna i movimenti a sinistra. Ma avrebbero potuto raccontare le ragioni di quel dissenso che produce certe opere in strada.

Blu, da parte sua, stavolta avrebbe potuto muovere un movimento di opinione in grado di coinvolgere un numero di cittadini più ampio di quello che di solito lo apprezza artisticamente o - soprattutto - lo affianca e lo segue politicamente. O che capisce queste dinamiche politiche di cui ho scritto qui. 
Un movimento di opinione vasto che chiarisse, o perlomeno domandasse alla società civile, di chi sono le opere in strada (non la proprietà intellettuale ovviamente - che è sempre dell'artista - qua intendo la proprietà dell'opera-oggetto, del bene), di chi sono i panorami pubblici, e perché non vengono destinati più luoghi alla cultura e al sociale, invece di toglierglieli come sta accadendo in modo sempre più insistente. 
Ma forse è proprio ciò che lui ha voluto fare col suo gesto. Staremo a vedere se avrà effetti in tal senso.

Da parte poi dei cosiddetti cittadini - ormai 'utenti' - mi sembra si sia perso del tutto l'uso della coscienza civile come coscienza collettiva, dunque potente arma pacifica in grado di cambiare il nostro futuro, perciò tutto si è limitato a dei violenti e/o sterili post, dei commenti su siti e social network, a dei miseri e pigri like. A quella solita maniera superficiale ed individualista che abbiamo di confrontarci, da coro da stadio, fatto di tante diverse solitarie rabbie che non riescono a costruire un'idea comune che sia una.  
Condannati alla fine, senza i dovuti e necessari approfondimenti, a non capirci mai una sega di niente.

1 aprile 2015

2 cose da fare prima che muoia aprile

Oggi è iniziato l'aprile 2015.

A parte lo scherzo del pesce non si tratta di una ricorrenza particolare ma, personalmente, è motivo per un'annotazione: manca un mese circa al termine di due mostre romane dove potete vedere dal vero le mie opere (oltre quelle in strada chiaramente).

Ne parlo qui perché desidero ringraziare gli artisti, le curatrici e i galleristi che hanno realizzato con me queste due esposizioni. 



La prima è The End Is The Beginning, mostra (e murale) che ha preso il via al termine dello scorso anno, un progetto a cura di Rossana Calbi e Giulia Piccioni nato per la nuova galleria Sacripante, che Carlotta e Giorgia Cerulli con Alessandro Cattedra hanno aperto a Roma nel rione Monti il 6 Novembre 2014, dando proprio a me e a Lucamaleonte l'onore e la responsabilità di dare il nostro segno al battesimo di questo loro sogno.



Il tema della mostra prende spunto dal Diluvio Universale (e all'inaugurazione dio sa se diluviava!), gli animali ne sono perciò protagonisti e simbolo.
Quel giorno inoltre nasceva Lea, la figlia di Giorgia e Alessandro, nipotina di Carlotta e Wilma, e questo ha reso tutto molto più magico. 

Alla Sacripante il percorso parte dalla mostra delle opere, che Luca ed io abbiamo realizzato su tavole di legni usati e assemblati in modo da richiamare alla mente il pavimento di un'imbarcazione affondata, poi prosegue con una piccola sala dove tra le nostre serigrafie e tshirt potete bere cocktail o ottimi vini, e termina con la cripta, interamente dipinta a tema. 



Se non volete perdere queste opere visitate The End Is The Beginning (a cura di Rossana Calbi e Giulia Piccioni), nella galleria Sacripante, in via Panisperna 59, nel rione Monti a Roma.
Orari dal martedì al venerdì h 12,30 - 0,00, sabato e domenica 18,00 - 2,00.


La seconda esposizione nasce da un altro sogno.



Si tratta di "UAU, Urban Art Utopia", e il sogno, l'utopia delle curatrici, è quella di vedere le opere di tre artisti come Maupal, Solo e me, abituati a fare interventi artistici in strada, esposti in una delle gallerie storiche di Roma e dunque nelle case dell'alta borghesia e della nobiltà romana.


La galleria Ca' D'Oro è parte della storia dell'arte italiana degli ultimi 45 anni.
Fu fondata nel 1970 da Toni Porcella, che veniva dall'esperienza della galleria San Bernardo aperta nel 1945 da sua madre Pina Corsi Porcella con una mostra di Giorgio De Chirico, Mario Mafai e Sante Monachesi.

Oltre agli appena citati, questa famiglia amante dell'arte ha incrociato la sua storia con Guttuso, Manzù, Vespignani, Cagli, Attardi, Sughi e molti altri, ha esposto da Dalì a Warhol, e ha avvicinato all'arte grandi nomi della cultura e dello spettacolo italiani.



Dopo l'apertura delle sedi di Miami e New York a cura della sorella Gloria, ora Cristina, altra figlia di Toni Porcella, assieme all'amica Marta Ugolini ha intrapreso il coraggioso percorso di far entrare nella nobile storia di questa galleria anche la street art, ovvero l'arte che segue lei con passione ed attenzione. Lei e Marta hanno chiesto quindi a me, Mauro e Flavio, di esporre alla Ca' D'Oro quei dipinti che hanno come protagonisti gli stessi soggetti che abbiamo realizzato in strada.




Se non volete perdere queste opere visitate UAU (a cura di China Porcella e Marta Ugolini), nella galleria Ca' D'Oro, in via del Babuino 53, a Roma.
Orari dal lunedì al venerdì h 10,30 - 13,30 e 15,30 - 19,00. Sabato 10,30 - 13,30 e 15,30 - 18,00.



7 settembre 2014

Il lunedì si va in edicola

Domani, lunedì 8 settembre, correte in edicola e prendete il Fatto Quotidiano perché inizia Ri-Fatto, la rubrica di Urban Art che curo assieme a Matteo Maffucciche "rivede e corregge" gli ecomostri e gli edifici abbandonati d'Italia. 

Iniziamo questa avventura editoriale con un artista statunitense pioniere della street art: Ron English VS la Colonia Ettore Motta di Massa. 
Imperdibile.



Per chi stasera domenica 7 settembre alle 20,30 alla Festa de il Fatto al Parco La Versiliana di Marina di Pietrasanta non ci sarà e non potrà dunque incontrare Matteo e me, vi lascio poche righe qua su come e perché è nato Ri-Fatto. 

Abituati ad attraversare l’Italia in lungo e largo, Matteo appassionato e collezionista d'arte oltre che musicista, e io artista visivo, ci siamo ritrovati spesso a discutere di architettura urbana e relativi “bubboni” e di come risponde l’Urban Art, diffondendo bellezza e mettendo in atto un importante processo di riappropriazione

Dove si dipingono murales si verifica una riappropriazione da parte dei cittadini di territori e spazi spesso dimenticati e lasciati all'incuria (sono 2 milioni le strutture in abbandono in Italia) o altre volte abusati da costruttori senza scrupoli, favoriti da politici facilmente corruttibili (si contano circa 400 mila ecomostri in Italia, di cui molti non finiti, e innumerevoli le delibere concesse laddove le regole vietavano di edificare, aree protette comprese).

C'è inoltre riappropriazione del concetto stesso di arte, perché ora possono trovare opere in strada anche coloro che non sono avvezzi a visitare musei e gallerie. Sono i legittimi proprietari della collezione di opere d'arte di quei musei all'aperto che stanno diventando le nostre città. Questa diffusione di arte visiva ha anche un valore educativo, per i più giovani soprattutto, da non sottavalutare.

Infine, anche gli artisti stessi si riappropriano di qualcosa.
Di un ruolo sociale. 
L'artista si rende in qualche maniera utile alla società, poiché l'Urban Art è un fenomeno che riguarda e coinvolge la collettività e, per avere un senso che vada al di là del solo utilizzo strumentale degli spazi comuni, deve saper creare partecipazione, condivisione, dibattito. E anche questo è un argomento che tratteremo nella rubrica.

Questa è la consapevolezza che ci ha spinti a giocare a Ri-Fatto

Eh già, perché Ri-Fatto è anche una specie di gioco situazionista, ma questo lo capirete meglio domani quando prenderete il Fatto Quotidiano in edicola.


Voglio ringraziare gli amici artisti, fotografi e non solo che stanno dando il loro contributo, i tanti che stanno già partecipando sia segnalandoci strutture in degrado e mostri urbani che inviandoci le loro foto. E grazie a Marco Mirko, Olga e Cecilia, davvero di cuore.

A domani (o a stasera al parco, per chi ci sarà).

Se invece avete consigli, suggerimenti o contributi ci trovate anche qui: 
https://www.facebook.com/RiFatto

18 agosto 2014

Il lago di Roma che affogò l'Ecomostro

C'è un parco a Roma in cui voleva nascere un mostruoso colosso.
Ma un lago lo affogò.


Era dapprima un eco-feto di otto piani e centomila metri cubi di cemento, destinato a diventare centro com­merciale, ASL e uffici, poi - dopo un breve periodo in cui sognò di essere un cubo di impianti sportivi di diecimila metri quadri - si trasformò in quattro grattacieli alti 106 metri e da 30 piani ciascuno.

La nascita di questo colosso fu permessa da una concessione edilizia rilasciata in tutta fretta il 30 maggio 1990, appena cinque giorni prima che il Comune di Roma rinnovasse i vincoli di tutela paesaggistica e ambientale* scaduti su quei 4 ettari di verde del quartiere Pigneto, facenti parte dei 14 ettari complessivi in cui sorgeva la fabbrica tessile CISA Viscosa (divenuta in seguito SNIA Viscosa), edificata negli anni 20 dello scorso secolo e chiusa nel 1954.

Quel terreno avrebbe dovuto essere tutelato anche da altri vincoli in quanto facente parte dell'"area archeologica del Torrione" e del perimetro del centro abitato di una periferia storica, dove sarebbero dunque consentite solo opere di restauro e manutenzione e non nuove costruzioni.
Ma il 'matrimonio' tra l'allora assessore regionale all'urbanistica, il democristiano Paolo Tuffi, e la ditta di costruzioni Pinciana 188 Srl di Frosinone dell'imprenditore Antonio Pulcini (poi assorbita dalla Ponente 1978 Srl dello stesso Pulcini) voleva dare alla luce a tutti i costi il suo ecomostro, perciò la concessione fu comunque firmata e l'impresa iniziò a costruire, arrivando a breve al quarto piano dello scheletro del colosso, che cominciava così ad emergere dal terreno.

Un bel giorno del 1992 si scoprì però che quella concessione si basava su una mappa del Piano Regolatore falsificata nella quale era stato disegnato abusivamente un rettangolo azzurro - a indicare l'area edificabile - nel bel mezzo di un territorio protetto.
In parole povere, un abuso edilizio da barzelletta.

Malgrado le lotte dei cittadini del quartiere, il caso giornalistico scoppiato e l'inchiesta della magistratura che portò il 22 maggio del 1992 ad annullare quella concessione edilizia, il costruttore andò avanti a forza di ricorsi al TAR e al Consiglio di Stato finché, nel febbraio del 1995, l'area fu occupata - con l'intenzione di bloccare personalmente le ruspe - dagli abitanti della zona che volevano nascesse un parco in quello spazio verde.
E come dargli torto, dal momento che quel quadrante Prenestino-Pigneto, una delle aree a più alta densità abitativa in Europa coi suoi 124 mila abitanti, ha a disposizione 4 metri quadrati di verde per abitante quando le leggi ne fissano il minimo a 9, e che nell'unico grande polmone del quartiere non si può accedere perché destinato - grazie a continui illeciti - a soffocare nel cemento?
Fu da quell'occupazione che nacque il Centro Sociale exSNIA.

Ma la vera grande sorpresa per i cittadini che occuparono l'ex fabbrica tessile fu la scoperta di un lago naturale di circa 6000 metri quadri, profondo 9 metri, di cui si ignorava l'esistenza.
Infatti prima dei lavori non esisteva.
Furono proprio gli scavi e l'impianto nel terreno dei grandi piloni di cemento armato a sfondare una falda sotterranea di quell'acqua Bullicante che da' il nome a una nota via della zona, e a far emergere nel 1992 l'acqua minerale che generò il lago balneabile, attorno al quale ben presto nacque un ecosistema ricco di biodiversità.



Il costruttore edile Pulcini cercò allora di cancellare questo miracolo naturale facendo aspirare l'acqua dalle idrovore per riversarla nella rete fognaria, ma il risultato fu la rottura di un collettore, quindi il collasso delle fogne e il conseguente allagamento di via Prenestina.
Malgrado nel frattempo a Roma cambiarono amministrazioni e sindaci nessuno portò a termine la procedura di esproprio dell'area, avviata nel 1994 e necessaria ad impedire altri abusi e a ridare il parco ai cittadini.
Il lago chiuso intanto fu risorsa idrica per circa 800 extracomunitari che nei ruderi delle strutture dell'ex fabbrica trovarono riparo per qualche tempo, fu palestra per i canoisti sui loro kajak e fu per lunghi anni uno dei luoghi più segreti da visitare a Roma.
Poi, il 3 agosto del 2004 un'Ordinanza del Sindaco Veltroni (la n.194) decretò l'esproprio definitivo di 6,5 ettari dell'area fra il lago e via di Portonaccio al fine di realizzare il Parco Prenestino, ovvero l'attuale Parco delle Energie.

Costituito un Comitato del Parco e assegnati due spazi pubblici (la Casa del Parco, costruita dall'Istituto Nazionale di Bioarchitettura di Bolzano, inaugurata nel 2012 e destinata al Catasto del Verde, ora sede dell'archivio storico della ex-fabbrica, mediateca e ludoteca, e il Quadrato, spazio polifunzionale finanziato da un progetto europeo e gestito dal centro sociale exSNIA),  già nel febbraio del 2009 si fece avanti un altro abuso, altrettanto fantasioso, quando il commissario delegato ai Mondiali di Nuoto Claudio Rinaldi, a cui erano assegnati poteri straordinari dal Presidente del Consiglio dei Ministri Berlusconi, autorizzò la società ASD Larus a costruire il temuto ecomostro, stavolta sotto forma di cubo di cemento, occupando diecimila metri quadri di area pubblica verde (che le fu già consegnata dal Comune di Roma il 4 novembre 2008) destinata ora a piscine, palestre, solarium, bar, ristorante, sala congressi ed appartamenti.
Ma era in corso un evidente bluff: a soli 60 giorni dalla consegna del complesso sportivo per gli imminenti Mondiali di Nuoto i lavori non erano ancora iniziati, e da ciò si capiva che i Mondiali erano solo una scusa per cementificare l'area senza chiedere permessi a nessuno.
Su pressioni dell'allora Municipio VI (oggi V), all'epoca neanche interpellato dal sindaco Gianni Alemanno che concesse l'area, e dei cittadini che occuparono il Dipartimento allo Sport del Comune di Roma, fu fortunatamente revocata anche questa concessione e così anche questo enorme complesso sportivo - nuova forma del nostro temuto colosso - fu abortito.

L'anno successivo il sindaco Alemanno sfoderò una nuova arma per togliere l'area verde ai cittadini: il Bando sui Relitti Urbani che, apparentemente atto a recuperare edifici degradati e dismessi, permetteva in realtà di riedificare nelle zone ex-industriali.

Nel marzo del 2012 tentarono dunque di far nascere questo ecomostro, stavolta con la scusa del Campus Universitario.
Il Piano d'Assetto Generale proposto dall'Università degli Studi di Roma La Sapienza e approvato dal Consiglio Comunale nel 2003 prevedeva nuove aree destinate al fabbisogno di spazi. Magicamente queste cubature destinate allo studio divennero residenze sulla carta grazie alla Rivisitazione del Piano voluta dal rettore Frati, residenze che nel Piano erano originariamente previste a Tor Vergata, Pietralata e Acilia, e non nell'exSNIA.
La nuova speculazione venne fermata anche stavolta, grazie ai numerosi presidi in Piazza del Campidoglio organizzati dal Forum Territoriale Permanente del Parco delle Energie.
E si svelò così l'ennesimo scandalo che fece saltare l'ennesimo tentativo di cementificare: La Sapienza avrebbe acquistato dal costruttore Pulcini 4 ettari di terreno per 200 milioni di euro, terreno (e relativi capannoni) che risultò però gravato da un ipoteca che Pulcini contrasse col Banco di Napoli, e infine il contratto per l'edificazione venne assegnato dal rettorato allo stesso Pulcini che ci avrebbe così guadagnato soldi pubblici due volte, e su un terreno già ipotecato. Solita tarantella all'italiana insomma.

Nel 2012 rispuntò al Campidoglio il Bando Relitti Urbani e il palazzinaro si rifece avanti a inizio 2013, approfittando anche della legge regionale del Piano casa di Renata Polverini, e depositò il progetto dei quattro grattacieli.
Il 12 ottobre 2013, durante le giornate di LOGOS la Festa della Parola al CSOA exSNIA, i cittadini furono protagonisti della prima discesa pubblica al lago e là si tenne un Laboratorio di immaginazione partecipata dei DAUHAUS (Discorsi Autonomi Urbani). Venne reso pubblico il progetto della Ponente 1978 Srl dei grattacieli che prevedeva anche la copertura del lago, a cui nel frattempo avevano dato il nome dell'ex-Presidente della Repubblica partigiano Sandro Pertini.
Le ruspe di Pulcini in quei giorni combinarono un altro guaio, tirando giù il fianco est della collina in cui si trova la pineta storica tutelata da vincolo ambientale e per questo contro la società dell'imprenditore edile fu esposta querela dal Forum Territoriale.
Ma la prima buona notizia per i cittadini romani arrivò nel dicembre del 2013, quando la Giunta Marino rigettò il Bando Relitti Urbani, negando così a Pulcini la costruzione dei grattacieli.
La seconda, più recente, è quella delle 3 e mezza di notte del 1 agosto 2014: la Giunta ha trovato nel bilancio previsionale 2014 i 500 mila euro necessari per mettere in sicurezza il lago, demolire lo scheletro dell'ecomostro ed aprire l'area al pubblico.
Solo 5 giorni dopo, la mattina del 6 agosto, il Comune di Roma ha completato finalmente l'esproprio buttando giù la prima pietra di quel muro che ha impedito l'accesso al parco e al lago a tutti per vent'anni, sotto gli occhi increduli e rabbiosi dei legali dello speculatore edilizio.

«In mezzo ai mostri de cemento
il lago è 'n sogno che s'avvera
è la Natura che resiste
stanotte Roma è meno nera»
Assalti Frontali & Muro del Canto, "Il lago che combatte"



*Per più informazioni sui vincoli paesaggistici ed ambientali della zona consultare il relativo dossier del WWF qui.
Qua il blog che segue le vicende del lago e qua il FB.